L’incubo di una persona non qualunque.

Seduto sullo sgabello di un bar, in attesa dell’amico. È pieno giorno e il sole accecante fallisce nel tentativo di districare la tremenda angoscia dello scrittore. Lui se ne sta seduto ritto, lo sguardo vuoto fisso in una bottiglia d’alcool che potrebbe essere vodka quanto rum.

«Vuole ordinare qualcosa?» la cameriera spunta da dietro il bancone.
«Aspetto un amico» risponde lui sorpreso dall’interruzione dai suoi pensieri non pensati. Ritorna a fissar le bottiglie, la sua occupazione preferita nell’ultimo periodo, fino a quando la voce dell’amico lo riporta alla realtà.
«Dove ti eri cacciato? Sono giorni che ti cerco, poi tutt’a un tratto mi dici di raggiungerti con la massima urgenza.»
«Ciao anche a te. Sono sempre stato qui, se proprio lo vuoi sapere.»
«Perché non rispondevi al telefono?»
«Penso mi mancasse la voglia di farlo.»
«È bravo chi ti capisce. Di cosa avevi bisogno per farmi correre fino a qui come se fosse questione di vita o di morte?»
«Come stai?» chiede lui, lo scrittore, sempre più angosciato.
«Direi che posso far tutto fuorché lamentarmi, come si dice in certi casi.»
«Tua moglie come sta? E tuo figlio?»
«Mio figlio si è appena iscritto all’università, te l’avevo già detto? Architettura. Diventerà di certo un architetto famoso, ho molte aspettative, mica per niente lo controllo a ogni minimo passo.»
Lo scrittore suda freddo: «Sono contento per lui, e di tua moglie che mi dici?»
«Sta bene. Soprattutto senza di me, maledetta.»
Una goccia di umanità bagna lo scrittore. «Mi dispiace, cos’è successo?»
«Nulla, dannata di una donna. Dice che la trascuro, così ha iniziato a organizzarsi con le amiche. Lunedì pilates, Mercoledì aperitivo con quelle gallinacce delle sue compagne, Venerdì lezioni di cucina. Sai la cosa più assurda qual è? Che a casa ha smesso di cucinare. Sono due mesi che vado avanti a scatolette di tonno e insalata.»
Lui, intanto, è rimasto senza parole e quella goccia di umanità è già evaporata. L’avesse lui una moglie e un figlio con il quale chiacchierare.
«Inizio anche a credere che si sia fatta l’amante.»
«Sono sicuro che sia una tua errata impressione. Io, invece, ho qualche problema con la mia arte.»
« Comunque, amico, devo scappare. Me lo racconterai un’altra volta. Ci sentiamo, mi raccomando.»
«Certo» risponde lui tornando alla sua occupazione preferita. La lancetta dei secondi continua a scattare: uno, uno, uno, uno, uno. È un infinito uno, tutti i numeri progressivi li ha dimenticati.

Preso da un improvviso senso del dovere scatta in piedi. Gli occhi fuori dalle galassie, visto da fuori sembra un pazzo. “È ora di darsi una mossa, devo muovermi per uscire da questa apatia” si racconta tra sé e sé. Artiglia il soprabito ed esce, appena al di là della strada c’è il parco comunale. Sente già le grida dei bambini.

Le scarpe scricchiolano sulla ghiaia. Lui, che è sempre lui, sia chiaro, passeggia all’ombra dei cipressi. Nei dintorni c’è chi si fa spingere sull’altalena, bambini che giocano sullo scivolo e due, un maschio e una femmina, con il naso che cola litigano per una di quelle cose di vitale importanza per i piccoli.
«Guarda chi c’è, Maria, è lui o non è lui?»
Lui si volta impassibile, ha l’impressione che stiano cercando di attirare la sua attenzione.
«Sììì, da quanto non ci si vede» irrompe Maria con la sua voce acuta. «Come stai?»
«Mi avete colto proprio in un momento particolare.»
«Ho sentito dire che scrivi storielle divertenti per le riviste. Siamo davvero contenti per te, non è vero caro?». “Caro” si limita ad annuire con la testa. «Raccontaci. Com’è il tuo nuovo lavoro?»
«Poco pagato e impegnativo, è quest’ultimo il problema.»
«Ogni lavoro è impegnativo, lo sappiamo da sempre. Per te, anzi, dovrebbe essere uno spasso. Quando unisci la passione al lavoro è tutta una strada in discesa.»
«Il fatto è che non riesco più a scrivere.»
Maria ride con la stessa sonorità di una pentola di fagioli: «Che simpatico, bella questa, uno scrittore che non riesce a scrivere. Non è simpatico, caro? Che mai ti servirà per scrivere, esci, fatti un giro e guardati attorno». “Caro” annuisce.
«Eppure è così, amici miei. Sono pur già fuori, come dite “a fare un giro, a guardarmi attorno, eppure…»
«Sei sempre stato un burlone. Ma, che ora s’è fatta?»
«Le quattro e un quarto.»
«È tardissimo, doppiamo portare il piccolo a lezione di nuoto! Lo vedessi, un giorno ti inviteremo a una delle sue gare. Sembra proprio un pesciolino, come sguazza, con che grazia e agilità poi…»
«Verrò di sicuro.»
Marito e moglie se ne vanno. La pioggia inizia a scendere a ritmo regolare. Tutto è permeato dallo stesso odore di stantio. Lui corre a casa, prima di inzupparsi da testa a piedi.

Entra nel suo rifugio, scrolla le spalle e le braccia e accende il pc. Un nuovo documento, vuoto, bianco. Tutto rimane immobile. Lui rimane immobile a fissare il cursore lampeggiare. Si versa un bicchierino, giusto un goccio per riscaldar le vene.
«Non riesco più a scrivere» dice al computer. «Mi sento vuoto. Tutto ciò che ho osservato ha smesso di raccontarmi la sua storia. Non ho più storie nelle mie fragili dita.»
All’improvviso, l’illuminazione: è proprio questo che cercava, la storia di uno scrittore che non riesce più a scrivere. Lui ora batte furiosamente i polpastrelli sulla tastiera, e ride commiserandosi, e piange ricordandosi i tempi migliori, e ride e piange insieme ritrovando la sua follia. Brinda alla sua follia persa e ritrovata, e brinda a tutti i folli scrittori.

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